Necessità

“Respirare è una necessità vitale.”
“Sento la necessità di una boccata d’aria.”
La parola è la stessa e anche il significato sembra essere lo stesso. Varia solo il suo grado di intensità, definito dal contesto e in particolare dal verbo: l’apodittica affermazione ottenuta tramite il verbo ‘essere’ (rafforzata da quel ‘vitale’) nel primo caso, l’ammorbidimento relativizzante di ‘sento’ e del termine metaforico ‘boccata’ nel secondo.
Come sempre, è la frase, il discorso a precisare il significato ‘locale’ di una parola. Poiché ogni parola di una frase, di un discorso ha bisogno dell’insieme delle altre per produrre una comunicazione significante, è come se la somma di molte imprecisioni desse come risultato una precisione. Ma non è tanto che si sia raggiunta questa, quanto che sia diminuita l’altra; forse la precisione assoluta è ottenibile solo con un numero infinito di parole, cioè con un’approssimazione infinita. Questo ci dice oltretutto anche la matematica. Ma è raggiungibile l’infinito? Capiremo noi fino in fondo il discorso di un altro?

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Il concetto di necessità è alquanto elastico, cioè di estensione variabile, quanto all’ambito di riferimento, rigido nel significato. E da questa duplice, contraddittoria natura nascono le più diverse interpretazioni.
In filosofia e in logica si parla, date certe premesse, le conseguenze ‘necessarie’, tali cioè che non potrebbero non darsi, come l’esistenza di Dio nel modello causale (Dio = causa prima). Nell’uso comune necessità primarie sono considerate ‘mangiare, bere, dormire’, cui altre se ne potrebbero aggiungere a salvaguardia della specie, come ‘riprodursi’, ‘associarsi’ ... Ma proprio dalla necessità di vivere associati prendono origine le necessità ‘contingenti’, dettate dalla cultura del gruppo e amministrate dai suoi capi. Già la struttura gerarchizzata, presente in forme diverse in tutte le società, viene percepita come una necessità pratica se non teorica. Gli anarchici, che la negano in linea di principio, nei fatti non possono che condividerla. Questa struttura gerarchica, che riconosce se non altro un capo e un sacerdote (o ‘sciamano’), porta con sé la conseguenza necessaria di una distinzione di ruoli, resa visibile da ‘privilegi’ che definiscono una ‘casta’. La spinta alla gerarchizzazione moltiplica le caste –modernamente: ‘classi sociali’– ciascuna delle quali moltiplica i suoi caratteri distintivi. La società viene così organizzandosi in modo da rendere ‘necessaria’ l’esibizione di questi caratteri, facendo sì che la sola esibizione valga come distintivo di classe. Si alimenta in tal modo un ‘mercato di esibizioni’ che muove l’economia del mondo.
Come per altre voci di questo schedario, abbiamo qui prospettato un percorso evolutivo di fantasia, ma non del tutto improbabile, in appoggio a una tesi che solo in chiusura viene espressa: la tesi che molte delle nostre necessità sono ‘necessarie’ solo a chi le gestisce a proprio vantaggio. Padrone il lettore di non condividerla (si veda anche bisogno).

Movimento / Stasi

Due letture antitetiche del mondo, filosoficamente rappresentate già nel pensiero greco antico come 'divenire' (Eraclito) ed ‘essere’ (Parmenide). Nella traduzione ideologico-politica degli ultimi secoli si parla piuttosto di 'progresso' e 'conservazione', dove peraltro i contenuti possono addirittura invertirsi e ciò che ieri era considerato progressista (per esempio il comunismo) oggi è tacciato di conservativismo e viceversa per il capitalismo.

C'è da domandarsi se il medesimo capovolgimento è pensabile anche in ambito fisico: che cioè il moto venga percepito come immobilità e questa come movimento. Nulla di più quotidiano e c'è solo da stupirsi che il primo ad accorgersene (o almeno basare su questa constatazione una visione del mondo) sia stato Galileo alla fine del Rinascimento: per chi si trova in un veicolo in movimento il suo dirimpettaio sta fermo, mentre per chi riguarda da fuori ambedue si muovono con la velocità del veicolo. Dunque: si muovono o stanno fermi?

Come è noto, la risposta non è senza conseguenze per il pensiero, e IMC è solo l'ultima ipotesi in ordine di tempo e probabilmente la più ovvia. Eppure per il pensiero comune le cose stanno ancora come prima di Galileo (a prescindere da Einstein e da ciò che è avvenuto dopo). Certo a scuola i ragazzi imparano chi erano Galileo, Einstein e gli altri, ma queste restano nozioni sganciate dalla quotidianità. Ciò che il loro pensiero potrebbe (dovrebbe) significare per il nostro viene nascosto dalla specificità disciplinare: 'ma quella è fisica, che ha a che fare con la vita reale?'

Misura

Normalmente la misura trasforma una qualità in quantità.

E lo fa assoggettando la diversità qualitativa al numero, alla matematica.

Gli umani non si accontentano di constatare che una certa cosa è più grande, più pesante, più vecchia di un'altra ma vogliono sapere di quanto e più grande, più pesante, più vecchia e questo 'quanto' deve essere inequivocabilmente espresso da un numero. Siamo abituati a contare tutto e, quando ci mancano le entità individuali da contare (siano esse pomodori, mattoni o persone) ricorriamo all'unità di misura, metro, grammo, secondo ecc. Queste sono delle entità fittizie, ricavate da variabili continue o ritenute tali, come lo spazio e il tempo, per dominarle concettualmente attraverso il numero. Una volta definite in qualche modo (sempre attraverso il numero) queste unità si cristallizzano (reificano) nella nostra mente fino a diventare degli oggetti che per il senso comune hanno la concretezza di un sasso, di un panino. Con questi 'pseudo oggetti' misuriamo quelli ‘reali’ che il mondo ci propone.

Se ora qualcuno ci domandasse quanto è lunga una trave di 3 m, risponderemmo che è lunga 3 m. Sapremo però che cosa stiamo affermando?

  • una proprietà della trave
  • una proprietà che noi proiettiamo sulla trave
  • un rapporto tra la proprietà della trave (la lunghezza) e la proprietà analoga di un 'oggetto' (l'unità di misura) di nostra invenzione
  • l'esistenza di un numero che esprime tale rapporto
  • una nostra conoscenza


"L'uomo è
misura di tutte le cose" ha detto un tale molto tempo fa.
Che avrà voluto dire?


Metaparola

Cosa distingue una normale parola da una 'metaparola'?
Il momento riflessivo.

Infatti utilizziamo parole tutti i giorni nella comunicazione; ma, in un momento speciale -votato alla riflessione- scegliamo una di queste e, attraverso un'azione specifica, la facciamo diventare metaparola.

Quest'azione specifica consiste principalmente nel rendersi consapevoli degli antecedenti culturali della parola stessa e, conseguentemente nel saperli esprimere.
'Antecedenti culturali' vuol dire semplicemente i contesti, le finalità, le intenzioni, i presupposti con le quali la parola viene normalmente usata. Tutto ciò (contesti, finalità, ...) non sono di regola delle variabili a disposizione del singolo parlante, ma sono un portato ideologico della cultura che contiene la parola.
Esplicitarli, cioè portarli al piano della consapevolezza e così facendo esporli ad una revisione critica, non vuol dire prendere posizione a favore o contro; tanto meno vuol proporre degli usi 'alternativi', 'inusuali' di detta parola.

Altrimenti detto, il passaggio dalla parola alla metaparola vuol significare un passo in direzione dell'autonomia delle scelte. Non solo delle espressioni ma, in fin dei conti, del pensiero. E così si ritorna all'uso quotidiano della parola -forse, auspichiamo, diventata in questo modo metaparola-.

Nota storica: il termine 'metaparola' è stato suggerito nel lontano 2008 da Alessandro De Rosa.

Maschio / Femmina

Dal punto di vista biologico la distinzione non offre difficoltà, almeno per ciò che riguarda gli animali cosiddetti superiori. Tra gli insetti, i molluschi e altri ordini l'ermafroditismo e la monosessualità non sono una rarità. Quanto al comportamento sessuale, anche tra gli uccelli e i mammiferi, come tra gli uomini, non si osserva una netta separazione. Sembra quasi che mascolinità e femminilità siano condizioni-limite raramente verificate al 100/100. Questo non tanto per l'atto sessuale in sé quanto per altre caratteristiche comportamentali attinenti soprattutto la specie umana. Così quello che potremmo chiamare 'ermafroditismo mentale' è comune a molte persone, in particolare agli artisti. Certi casi di ipersensibilità nei confronti di situazioni, espressioni complesse sono probabilmente riconducibili a tali condizioni di ambiguità sessuale.

Se così stanno le cose c'è da domandarsi a che si devono le condanne ripetutamente espresse dalle religioni, dalla morale corrente e talora anche dalla politica contro modi di pensare e di agire intersessuali, quando assai più pericolose e socialmente dannose sono certe manifestazioni estreme, soprattutto maschili? È perché la localizzabilità dei comportamenti estremi è più facilmente gestibile della loro fluttuazione? Per le ideologie patriottiche gli uomini servono a difendere la patria e i suoi poteri, le donne per fornire chi li difende. Anche il femminismo ha un senso solo se lo si vede come reazione a millenni di asservimento della donna all'uomo. E così la parità tra i sessi non può significare omologazione comportamentale che azzererebbe d'un sol colpo la ricchissima variabilità intermedia che separa e congiunge l'uomo della donna.

Magia

La magia in senso stretto è oggi molto meno praticata di un tempo, in particolare nei paesi economicamente più avanzati. Il pensiero magico invece gode ancora dei massimi favori anche da noi. Pratiche di scongiuro, oggetti portafortuna, formule propiziatorie sono all'ordine del giorno e sono rare le persone che, potendo, non evitano di incrociare un gatto nero o di passare sotto una scala a pioli. Alcuni rituali pertinenti alla religione, come il segno della croce, hanno assunto nella quotidianità un valore più magico che religioso. Non siamo nemmeno sicuri che le scienze, segnatamente quelle mediche,  così come la psicologia e la psicoanalisi siano del tutto estranee al pensiero magico. Siamo sempre in grado di distinguere tra effetto 'placebo' e reale potere terapeutico di un certo medicinale?

Del resto anche la chimica e la fisica moderna nascono sul terreno dell'alchimia (Keplero, l'interprete matematicamente rigoroso del movimento dei pianeti, era un alchimista). La 'fede' degli illuministi nella ragione come strumento d'indagine della realtà presupponeva la razionalità del reale, un a priori logico non dissimile dalla correspondenza 'magica' di un rappresentato con ciò che lo rappresenta. 'Magica' è anche l'ipotesi del numero presso i pitagorici, dell'idea in Platone, dell'idea di Dio in quelle religioni –e sono la maggior parte– che ce l'hanno. Forse proprio al pensiero magico è riservato il compito di raggiungere da un lato l'idea e dall'altro la realtà; o è quest'ultima a non essere altro che un prodotto della nostra mente, cosicché il suo raggiungimento equivarrebbe a un atto metaculturale di riflessione? Conoscenza come identificazione magica?

(da Stili di pensiero 3.6)

 

Livelli

Vedere gerarchia-livelli.

Invenzione

“È un autore (scrittore, poeta, musicista, pittore …) ricco di invenzione”.

“L’invenzione del motore a scoppio”.

“Non è una scoperta, è un’invenzione!”

...

Stando alla derivazione dal latino, l’invenzione sarebbe piuttosto la scoperta di qualcosa che c’era ma non si conosceva, mentre nell’uso italiano è piuttosto la creazione di una imprevista novità. Ma vediamo meglio.

Lo scrittore o il poeta che ‘inventa’ non crea di certo le parole di cui si serve e neppure la grammatica, la sintassi, la struttura delle frasi e del discorso. Tutt’al più interverrà su questi elementi entro limiti che consentano al lettore di riconoscerli e di riorganizzarli nel proprio pensiero. ‘Ma ciò che viene detto o scritto, il contenuto della comunicazione è certo frutto di invenzione ...’ Anche se il contenuto non è un fatto di cronaca, i costituenti di questo contenuto, per essere compresi, debbono fare riferimento a dati di esperienze comuni anche al lettore. Se vuole essere veicolo di comunicazione anche il contenuto deve preesistere in qualche modo nella mente del ricevente. Lo stesso vale per la musica, per le arti visive, gestuali ecc., che per trasmettere i loro messaggi si servono con maggiore o minore libertà di codici iscritti in una o più culture. È certo possibile intervenire sui codici –e molti artisti (forse tutti) lo fanno– ma non sono questi gli interventi normalmente giudicati invenzioni, bensì quelli riguardanti il contenuto, cioè il livello più superficiale e afferrabile dell’opera. L’invenzione, quando c’è, è assai più nascosta e per di più spesso oscurata dall’abitudine culturale che ci fa apparire ovvia una soluzione che alla cultura coeva sarà apparsa sconvolgente.

Instabilità

Vedere stabilità / instabilità.

Inizio/Fine

Tutto ciò che ha un inizio avrà necessariamente una fine.

– Tutto ciò che avrà una fine ha avuto necessariamente un inizio.

Sono vere queste due frasi?

C’è probabilmente chi le reputa vere e chi no. Una retta ha un inizio, una fine? Ma la retta non è un ente reale. Il tempo ha avuto un inizio? Avrà una fine? Ha senso chiedersi se il tempo esisteva prima del Big Bang? Il tempo esiste? Dove? Quando? Qui ed ora ... nel tempo.

L’anima è immortale ... ma ha avuto un inizio (una specie di semiretta) ...

Dio non ha inizio né fine ... come l'attimo, come la retta, come il punto ...

...

Se non ci fossero quelle due parole (‘inizio’, ‘fine’), anche le precedenti domande non si porrebbero.

Vuol dire che sono le parole –almeno alcune– a generare i problemi? O sono i problemi –almeno alcuni– a generare le parole?

Il linguaggio crea i problemi, ma non li risolve; oppure li incontra e li rispecchia, ma ugualmente non li risolve ... Non risolve perché sono inconsistenti? O forse a essere inconsistente è ogni risposta, quale che sia ...?

Per esempio: inizio e fine sono un problema: per chi? Non certo per i gatti o le formiche e neppure per la vita in genere. Solo per noi, e allora troviamoci una risposta che valga solo per noi! Non necessariamente una stessa risposta per tutti, ma una per ciascuno.

Ma allora la domanda se la risposta sia vera o falsa perde di consistenza. In effetti chi perde di consistenza non è mai la risposta, ma sempre la domanda ...

Individuo

La parola e il concetto che vi si collega sono passibili delle più diverse interpretazioni, debitrici di altre parole, altri concetti. E così c'e qui afferma l'unicità dell'individuo, chi la sua origine divina, chi vi vede un prodotto della società o semplicemente il portatore (e trasmettitore) di un patrimonio genetico, chi infine lo considera una molteplicità unificata da un costrutto culturale. Ognuna di queste interpretazioni fa capo a una catena causale che la giustifica. Non è nostra intenzione prendere posizione per l'una o per l'altra, non per lo meno in questa sede. Più potrebbe riguardarci lo studio di che cosa cambia e che cosa si conserva o eventualmente si aggiunge o si perde nella transizione di un modello all'altro. Proponiamo questa indagine al lettore, limitandoci a qualche considerazione come esempio. I modelli tra loro più divaricati sono probabilmente quelli che descrivono l'individuo come un'unità e quelli che lo descrivono come una molteplicità. I primi hanno un fondamento sensoriale nell'appercezione –quella che convinse Cartesio a basare la sua filosofia sul "Cogito ergo sum", i secondi nella pluricellularità dei corpi viventi e nella mutevolezza del pensiero. Che cosa si conserverebbe nel passaggio dell'una classe di modelli all'altra? Probabilmente proprio la facoltà pensante: quella che ci permette di costruire modelli interpretativi sulla base di dati osservativi oppure internamente generati. Questi dati vengono infatti da noi  –dal nostro cervello– messi in reciproca relazione fino a unificarsi in un sistema interpretativo in grado di generare modelli sostitutivi della realtà. E questo processo di unificazione teorica –anche se il suo prodotto è un sistema pluralistico, è ciò che rende possibile la comprensione, la comunicazione e la progettazione.

Ma, dicendo che la 'costante' ravvisabile nei vari modelli non è che la capacità di costruirli si è detto assai poco. La divaricazione uno/molti resta, e per suturarla bisogna ricorrere a uno 'stile' mentale diverso da quello della logica classica (vero/falso). Attenendoci a IMC, sappiamo a priori  che è possibile costruire un UCL che risolve la predetta antinomia, ma vediamo che ci ha già pensato l'evoluzione biologica legando la molteplicità fenomenica all'unicità progettuale del genoma. Il di più che si ottiene nel passaggio dal modello unitario a quello pluralistico e viceversa sta nella 'deideologizzazione' di ambedue e nella conquistata reversibilità della transizione. Di qui in poi il discorso si fa pratico, operativo, con la disattivazione dei meccanismi aggressivi di natura ideologica. Ripetiamo: questo è solo un esempio con implicito invito al lettore a esercitarsi in proprio.

Immigrato - Emigrato

Un modo di vedere troppo semplicistico distingue immigrato da emigrato. Se questa distinzione è applicata al fenomeno dell'emigrazione/immigrazione nella sua generalità, può avere un senso, dipendente dal punto di vista. Se viene applicata agli individui, la distinzione rischia di farsi discriminante e si finisce per dimenticare che ogni immigrato è al tempo stesso un emigrato. La figura dell'italiano emigrato in America, così come ce lo mostrano le narrazioni anche cinematografiche, è ben diversa da quella dell'immigrato che si diletta di furti e prostituzione. E ci si dimentica che, oltre alle persone, la nostra emigrazione ha esportato anche la mafia, mentre l'immigrazione ci ha fruttato forze di lavoro a basso costo e, spesso, alto rendimento. Ma sono ben altre le cose di cui ci si dimentica. Per quale ragione le persone, addirittura interi popoli emigrano dai loro luoghi di origine, affrontando disagi e pericoli per approdare, qualora ci riescano, a situazioni lavorative precarie tra la malcelata ostilità di chi pensa di essere defraudato di un qualche suo diritto?

La risposta è ovvia: perché le condizioni di vita in patria sono ancora peggiori ... (o perché qualcuno ha interesse a fargli credere che qui troveranno il benessere e potranno fare ciò che vogliono giacché da noi vige la tolleranza? ...).

Inoltre: se le condizioni di vita in certi paesi, ricchissimi di materie prime e fonti energetiche, sono di tanto inferiori alla nostra, non è perché altri paesi vivono alle loro spalle, sfruttandone sia le ricchezze che la forza lavoro?

Ignoranza

“Massima l'ignoranza in quei che sanno”.

Infatti colui che sa pensa di saperne di più di chi non sa, mentre la differenza è infinitamente piccola. Cambiano le cose che si sanno, ma la quantità di informazioni immagazzinate nei nostri cervelli potrebbe essere suppergiù la stessa per tutti. Non sappiamo se sia vero, comunque la società ci guadagnerebbe se pensassimo così.

Invece i rapporti umani si costruiscono sulla disparità tra chi più sa e chi meno sa. Non solo, ma questa disparità si ripercuote, senza giustificazione alcuna, su ogni aspetto della vita: in genere chi è considerato sapiente –oggi si dice piuttosto ‘colto’– vive meglio, è più rispettato e retribuito, ha una casa più confortevole di chi è considerato 'ignorante' anche se sa 'tutto' sulla coltivazione delle patate. Tanto più che il saper di scienza o di patate non dipende dalle dimensioni del cervello e neppure da libera scelta. È il caso, travestito da condizioni economiche, a scegliere chi è destinato alla scienza o alle patate.

Si obietterà che il punto non è tanto il sapere, quanto ciò che ne facciamo, e chi sa di patate può essere utile a sé e agli altri più di chi sa di filosofia. Il sapere non va di pari passo con il saper fare e spesso non è l'ignoranza che ci viene rimproverata, ma l’inettitudine. È giusto questo rimprovero? All'ignoranza è possibile ovviare informandosi, ma l'incapacità a trarre vantaggio dall'informazione potrebbe essere congenita o frutto di scelta consapevole. Ma anche l'ignoranza può essere una scelta: "Beati i poveri di spirito ...". Al solito, anziché giudicare fermiamoci al costatare e al cercar di capire.

Gerarchia - Livelli

È la caratteristica strutturale di molti sistemi o forse è meglio dire che è un modello di struttura che siamo soliti proiettare sugli insiemi ottenendone spesso dei risultati razionalmente comprensibili e operativamente utili. Le strutture gerarchizzate implicano dei livelli composti da elementi di livello inferiore ma con in più una proprietà 'emergente' che non si riscontra singolarmente in nessuno dei componenti. Gli esempi classici sono tolti dalla biologia come la serie cellula-tessuto-organo-organismo, oggi estendibile nei due sensi fino ai quark da una parte e la biosfera dall'altra. Questi livelli, ordinati in base al criterio di complessità crescente vengono da noi valutati in genere dal meno al più secondo questo stesso ordine –e non per esempio in ordine inverso–, con la strana eccezione che molte religioni pongono al primo livello (fondante) la struttura più complessa di tutte: la divinità creatrice. Per IMC questo ordinamento è culturale e un livello fondante non è raggiungibile razionalmente. In tempi recenti questo modello strutturale per livelli è stato riconsiderato proprio alla luce del concetto di 'complessità'. I livelli non sono caratterizzati più solo dagli elementi (strutture di livello inferiore) che li compongono, ma anche dalle relazioni che li tengono uniti o li separano, e queste relazioni possono ritrovarsi, identiche o quasi, in alcuni o tutti gli altri livelli: è la 'ricorsività' che lega tra loro i vari livelli e che è probabilmente responsabile e delle 'emergenze' di cui si diceva e della solidità interna (‘organicità’) dei livelli superiori.

Ai fini della sopravvivenza tutti i livelli e i modelli relazionali –ricorsivi e non– che ne uniscono gli elementi sono pariteticamente necessari ed è l'implicito riconoscimento di questo fatto ciò che rende le società degli insetti più solide e affidabili della nostra.

Fiducia/Diffidenza

“Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” recita un noto proverbio. C’è chi si contenta del ‘bene’ e chi aspira al ‘meglio’. Nel nostro caso –o forse anche in generale– “chi si contenta gode” e si fida. Se poi verrà ingannato proprio da colui in cui ha riposto la sua fiducia, subirà certo un duro colpo ma almeno avrà vissuto tranquillo e fiducioso per tutto il tempo che l’altro gli ha concesso. Il diffidente invece vive male anche il tempo che avrebbe potuto vivere bene se avesse avuto fiducia. E, quand’anche finisse per ricredersi, non resta che dolersi di quel tempo vissuto male.

Dunque “fidarsi è bene” punto e basta. E andare incontro ad amare delusioni, che al diffidente sono risparmiate per il semplice fatto di non essersi fidato ...

Quindi “non fidarsi meglio”. E siamo al punto di partenza. Dovremmo forse abituarci al fatto che la partenza non garantisce l'arrivo. C’è di mezzo il viaggio e questo potrebbe portare a una meta diversa da quella preventivata. Un imprevedibile guasto al motore ... ed eccoci fermi a metà strada. Ma il posto ci piace e ci restiamo anche dopo che il motore è stato riparato. Tra la fiducia e la diffidenza c'è posto per una fiducia non di comodo né ideologizzata, ovvero per una diffidenza non preconcetta né giudicante. Chi concede la sua fiducia o la nega non vede l’altro, ma solo sé stesso. Fiducia e diffidenza sono interne a lui e solo da lui dipendono. Forse una maggiore attenzione a fatto che anche l’altro può avere un suo progetto e che conviene cercar di comprenderlo prima di rivestirlo di fiducia o diffidenza eviterà ad ambedue fraintendimenti e delusioni.

Femmina

Vedere maschio - femmina.

Felicità

Si dice che sia un diritto di tutti. Ma è la vita stessa a non riconoscerlo a tutti. Forse è un diritto aspirare alla felicità. E allora dovrebbe essere un dovere concederla. Un dovere – per chi, se neppure chi (dicono) potrebbe, non la concede?

Sarebbe già molto se gli uomini la smettessero di seminare infelicità. Ma siccome sembra che al mondo la felicità disponibile sia poca, chi ce l’ha –o crede di averla– se la tiene ben stretta e lascia l’infelicità agli altri. Ma che cosa è questa felicità? e che cosa la produce?

Si può essere felici davanti a un piatto di pasta asciutta o a un bicchiere di vino; essere felici per uno scampato pericolo, per una vincita alla lotteria o per un sì dell’amata o dell’amato. Evidentemente non sono le cose o le circostanze il ‘contenuto’ della felicità; tutt’al più ne sono la causa. Perché, la felicità ha una causa? Ma se non è che uno stato d’animo? Appunto, prodotto da una causa. Un bambino gioca felice sulla sabbia. Diremo che la sabbia è la ‘causa’ della sua felicità?

Si può essere felici –o infelici– anche senza una causa. E una cosa che ieri ci avrebbe fatto felici oggi non può più!

“I soldi non fanno la felicità”. Ma la loro mancanza può renderci infelici. Forse felicità e infelicità sono, almeno in parte, un prodotto nostro e le circostanze esterne non possono che interferire positivamente o negativamente con questa produzione. Ci si può esercitare alla felicità. Più che riceverla in dono, possiamo imparare a costruirla. Per noi e per altri. Non sarà forse un diritto, ma è una possibilità.

Fede

“È la fede delle femmine come l’Araba Fenice: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.”
Cosí fan tutte - Mozart/Da Ponte

La fede delle femmine (come dei maschi) sta qui per ‘fedeltà’ e quindi può essere osservata o disattesa a seconda degli umori individuali e variamente valutata in base ai codici locali morali, civili e penali.

Per contro la fede come ‘marchiatura dell’anima’ può addirittura contraddire i codici locali e distruggere gli individui (martiri, kamikaze, …). In linea di principio è incrollabile, capace di spostare le montagne o di fermare il sole …, in pratica fortunatamente assai più labile di quanto lo siano le marchiature del corpo.

Comunemente si associa ‘fede’ a ‘religione’, facendone quasi dei sinonimi (il tale è ‘di fede –o religione– maomettana’). Ed è abbastanza strano che individui che si riconoscono in una stessa fede (cattolici e protestanti, per esempio, o sciiti e sunniti) all’occasione si avventino gli uni sugli altri proprio in nome dello stesso dio. Evidentemente la fede è qualcosa di assai più indistinto che non il suo oggetto. Si può credere in Jahvè, Allah o Gesù Cristo in tanti modi diversi e ciò che ci trattiene dall’ammazzarci a vicenda non è tanto o non è solo il dio che ci siamo scelti quanto il modo con cui esercitiamo la nostra fede. La fede come sostituto di Dio.

Ma la fede non investe soltanto il dominio delle religioni. Si può aver fede nella ragione, nella scienza, nella parola di un amico. In qualche caso anche questi ‘oggetti’ si fanno sostituti della religione, come si osserva in alcune correnti filosofiche (idealismo, materialismo, positivismo), nelle quali al posto della divinità si istaurano modelli mentali altrettanto costrittivi delle religioni monoteiste. Tra questi fedi ‘laiche’ la più forte e, per così dire, interdisciplinare è la fede nella ragione che giunge addirittura a proiettarsi sulla realtà, concepita come razionale. Di qui non è difficile postulare una mente che abbia ‘creato’ il mondo così come ci appare, cioè razionale, e siamo di nuovo alla religione propriamente detta: fede e ragione potrebbero per tal via riunificarsi, come vuole il Vaticano. Ed è singolare che, per evitare quella che molti considerano una iattura per l’umanità, non tanto serve la ragione quanto proprio l’apertura all’irrazionale, al caos. Se vogliamo conservare il primato della ragione sulla fede dobbiamo accogliere la seconda nella prima, dobbiamo cioè accettare la formula “fides et ratio”, non come articolo di fede, ma come un modello mentale valutabile dalle sue conseguenze pratiche. E, poiché queste non sembrano allo stato attuale concorrere alla sopravvivenza nostra e degli altri viventi –e questo per il semplice fatto che a quel modello è legato un potere interessato in primis alla salvaguardia di sé stesso– molti di noi pensano di sciogliere il binomio e di conservare la sola ‘ratio’ senza tuttavia accordarle una ‘fides’ che la renderebbe assoluta.

Fallimento

Vedere successo / fallimento.

Equilibrio

È una persona equilibrata
è un equilibrista
perdita di equilibrio
mantenere l'equilibrio
equilibrare le forze
...
Anche se i vari contesti e le varie forme grammaticali conferiscono al termine 'equilibrio' diverse sfumature di senso (per cui ad esempio non è detto che un equilibrista sia una persona equilibrata), l'immagine della bilancia (libra) e dell'uguaglianza (equus) concorrono a rafforzare il significato base della parola. Eppure la fisica elementare ci segnala due diversi tipi di equilibrio, tra loro alquanto diversi:

  • equilibrio stabile
  • equilibrio instabile.

Nel primo tipo un qualsiasi scarto dalla posizione di equilibrio viene compensato dall'insorgere di una forza che tende a ristabilire la condizione iniziale (si pensi a una pallina su una superficie concava).

Nel secondo tipo uno scarto anche minimo dalla posizione di equilibrio fa insorgere delle forze che tendono ad aumentare questo scarto (si pensi a una pallina in bilico su una superficie convessa).

Nell'uso metaforico il primo tipo (equilibrio stabile) ci appare di scarso interesse perché, per quanto lo si contrasti, finisce sempre per riproporre la condizione iniziale, il già noto. Nell'uso pratico invece questa riproposizione è spesso assai apprezzata, come il controllo di feed-back (vedi il 'termostato') dimostra.

Il secondo tipo (equilibrio instabile) capovolge le cose: nella pratica, risulta in permanente pericolo (per cui si cerca di stabilizzarlo), nel trasferimento metaforico produce aspettative di cambiamento (e il cambiamento è essenziale alla conservazione della vita).

La dicotomia andrebbe tuttavia 'corretta' attraverso forme di intermediazione che permettano di beneficiare di ambedue. Anziché opporre semplicemente stabilità e instabilità si potrebbe promuoverne l'alternanza, come si usa per esempio in democrazia. Qui però le alternanze che si osservano nei casi concreti finiscono per convergere verso l'omologazione dei tipi (la 'paura' del movimento induce la stasi conservativa). Oppure stabilità e instabilità potrebbero compenetrarsi a vicenda, generando forme 'esplorative', come ha fatto per esempio il comunismo con il cosiddetto 'capitalismo di stato' (incapace per altro di reggere la concorrenza del 'capitalismo di mercato',  e, attualmente, col modello cinese, basato sul controllo centralizzato del costo del lavoro. Probabilmente siamo ancora lontani da una condizione di equilibrio 'di secondo ordine' tra equilibrio stabile e equilibrio instabile.

Emigrato

Vedere immigrato - emigrato.

Dittatura

La condanna è oggi quasi– unanime. Meno di un secolo fa la dittatura era ancora una plausibile opzione politica, magari nella veste di ‘dittatura del proletariato’. Anche questa ha ormai fatto il suo tempo e, nell’era della democrazia imperante, gli ultimi residui di passate ideologie galleggiano sulla superficie di un mare mediatico che ci occulta il suo fondo forse più di quanto non facessero le ideologie di un tempo.

Quanto appena detto suona provocatorio, ma le provocazioni possono essere usate per chiarire meglio ciò che si vuole difendere: nel nostro caso la democrazia.

La dittatura abolisce la libertà di parola e di opinione. Questa è vero quanto alla parola, che è in suo potere di abolire, non quanto all’opinione. Se neI regimi dittatoriali anche l’opinione pubblica viene pilotata, lo strumento non è la dittatura stessa ma la propaganda che l’accompagna. E di propaganda sono intrise anche le democrazie. Propagande diverse e contrastanti – si dirà. Vero, ma altrettanto volte a sostituirsi al pensiero autonomo dell’individuo. Laddove il pensiero inespresso può opporsi al potere che vorrebbe reprimerlo e conservarsi intatto per occasioni più favorevoli, il pensiero bombardato da lusinghe che lo assediano da ogni lato finisce per arrendersi al migliore offerente consegnandogli la sua autonomia. Forse la mente umana dà il meglio di sé non in condizioni di ‘libertà’, ma quando lotta per conquistarla. È un discorso ideologico periodicamente riaffiorante nelle varie culture e sarebbe un’effettiva conquista democratica se non dovesse essere ripetuto. Ma perché non si debba ripetere la democrazia dovrà cambiare radicalmente il suo volto.

Disordine

Vedere ordine / disordine.

Delusione - Rassegnazione

Il vero antipodo di ‘speranza’ è disperazione, che indica il venir meno di uno stato d'animo tendenzialmente permanente. Qui ci soffermeremo su due parole che presuppongono solo il venir meno di un particolare oggetto che ha attirato su di sé quello stato d'animo.

La delusione è funzione dell'intensità della precedente speranza e questa intensità è misura di ciò che lega chi spera al suo oggetto. Un consiglio spesso espresso dalle filosofie orientali è di ridurre al minimo l'intensità della speranza perché resti minima l'eventuale delusione.

La rassegnazione può forse rendere sopportabile la delusione, ma attutisce non solo l'oggetto sperato bensì la speranza stessa, riducendo la sua disponibilità verso altri oggetti.

Ambedue, delusione e rassegnazione, sono disapprovate dagli orientali. E noi occidentali che ne pensiamo?

Coscienza

È parola affine a consapevolezza, ma, nell'uso comune, non coincidente. La circonda infatti un'aura connotativa che si potrebbe dire ‘moralistica’.

"È una persona senza coscienza".

"Devi essere cosciente delle tue azioni".

"La coscienza di essere italiano (turco, giapponese ...)".

"Fare l'elemosina è uno sgravio di coscienza".

Non è un caso che al termine 'coscienza' si possono associare aggettivi che difficilmente si userebbero per 'consapevolezza':
  • coscienza pulita
  • coscienza nazionale
  • coscienza elastica
  • cattiva coscienza.

Da dove viene quest'aura moralistica?

Anzitutto proprio dalla morale stessa che tende a dirigere il comportamento degli individui senza troppo curarsi della loro consapevolezza. Poi dalle religioni che a loro volta tendono ad appropriarsi della morale, pur non avendone il diritto. O ancora dal potere, sia laico che religioso, che aspira a far suo il diritto al ‘giudizio morale', infine dall'uomo stesso che trova dentro di sé la 'legge morale' (Kant), e la trova appunto nella coscienza di essere uomo.
Morale, dunque, invasiva al massimo grado, ma di cui l'uomo non è del tutto consapevole. Cercandone le radici nella morale stessa (che si autofonderebbe) o nella religione, o nel potere o nella struttura antropologica della specie umana, finisce per trascurare l'origine più probabile: il consenso sociale, culturale ai fini della sopravvivenza.

Coraggio

Massima tra le virtù virili. Ma sono le donne ad averne di più senza per questo farsene un vanto. Già la normale procreazione richiede da lei un coraggio di cui l'uomo non ha certo bisogno per la parte che gli spetta.

Ma che cos'è il coraggio? Una reazione istintiva? Un calcolo razionale?

Un leone che assalta un bufalo non è coraggioso, è affamato.

Un topo che morde la mano che lo ha catturato non è coraggioso, tenta il tutto per tutto.

E il soldato che affronta un carro armato con una bomba a mano?

Probabilmente solo gli umani sanno essere coraggiosi. Ma spesso qualcuno o qualcosa ce li fa diventare. La fede, l'amor patrio, la vendetta eccitano il coraggio, così come la sola voce di un 'comandante', ma anche di un bimbo o di un altro essere umano in pericolo scatenano reazioni comportamentali che consideriamo 'coraggiose'. Ha senso chiedersi se sono o non sono 'vero' coraggio?

Consumo - Consumismo

La fase culturale che stiamo vivendo, è detta anche “Civiltà dei consumi”.

Gli uomini hanno ovviamente sempre consumato e da un certo punto in poi anche prodotto; allora perché questa qualifica per il nostro tempo? Una qualifica oltretutto non troppo esaltante. Ridurre i consumi dicono gli uni, aumentare i consumi dicono gli altri, da un lato l’ecologia dall’altro il welfare e gli interessi economici di pochi.

Sia come sia, la sopravvivenza umana si gioca sulla eco-compatibilità degli sprechi e questa eco-compatibilità è in continuo, rapido calo.

Da ‘consumo’ la lingua italiana permette di derivare ‘consumismo’: tale connotazione è lievemente spregiativa. Anche se non del tutto convinti, nel consumismo ci siamo dentro fino al collo e se non ne saremo tratti a forza è poco probabile che vi usciremo da soli. Eppure secondo il parere degli ecologisti, meno legati agli interessi del capitale, o ce la faremo ad uscire dal consumismo, o possiamo considerare conclusa la nostra avventura terrena.

Dovremmo quindi smettere di consumare? Un bruco che rode una foglia, non consuma l’albero fin quando questo è in grado di rigenerare la foglia; tuttavia la terra non sembra più in grado di rigenerare ciò che direttamente o indirettamente consumiamo. Il consumismo infatti distrugge molto più di quanto serve all’uomo per sopravvivere.

E non sono soltanto i beni materiali che si consumano, anche la “Gioconda” o la “Nona di Beethoven” subiscono una sorta di degrado culturale per eccesso di consumo. E’ possibile un recupero di ciò che il consumismo - materiale o culturale - distrugge? Sarebbe già molto se riuscissimo a salvare l’esistente ma anche questo è assai improbabile se non ci convinciamo tutti singolarmente ad abbandonare la via del consumo distruttivo.

Consumismo

Vedere consumo - consumismo.

Apertura-chiusura

“È una persona aperta è disponibile ...”

“È un tipo chiuso è riservato ...”

E già ci facciamo un’idea di chi andremo a incontrare.

I due termini sono oppositivi? Una porta non chiusa a chiave è aperta o chiusa? Una persona normalmente ‘chiusa e riservata’ non potrebbe essere ‘aperta e disponibile’ con un amico? Possiamo anche pensare che non sia lui a essere in un modo o nell’altro ma che siano gli altri a vedercelo. Forse una cosa è l’essere e un’altra l’apparire ...

In generale l’apertura –in senso psicologico– gode maggior favore che non la chiusura. È certo più agevole il rapporto con una persona aperta, ma non di rado sono le persone chiuse che ci riservano le maggiori sorprese. “Non me n’ero mai accorto, ma è un fine conoscitore dell’umanità”.

L’apertura rimanda a uno stile di pensiero divergente, esplorativo, a rischio di superficialità, laddove la chiusura si apparenta piuttosto a un pensiero convergente, esclusivo, a rischio di sterilità.

Fuori dalla psicologia, IMC è un’ipotesi aperta per definizione in quanto disposta ad assumere pro tempore qualsiasi veste culturale. Il suo limite sta nel non poterne assumere nessuna fideisticamente, quando è proprio il ‘ci credo’ a raggiungere le conseguenze ultime di un’ipotesi. Le culture tendono a rinchiudersi in se stesse e a dare il massimo di sé, con tutti i rischi che la vicinanza di altre culture comporta. Nell’attuale fase di transizione dall’età delle culture a quella metaculturale conviene piuttosto alternare momenti esplorativi di apertura e momenti di chiusura e approfondimento.

Codice

Per analizzare il mondo da noi percepito ci serviamo di concetti espressi da parole. Queste, per essere comprensibili nel loro significato, fanno capo a codici, che è essenziale conoscere.

'Codice' ha vari significati: qui considereremo solo quelli che legano le parole ai loro significati, il cui prototipo è il vocabolario (altri tipi sono i codici geografici, storici, visivi, musicali ecc.). L'uso quotidiano del codice verbale finisce per cementare nel bambino 'parola' e 'significato' in un'unità quasi inscindibile. Dal canto suo il significato si identifica con l'oggetto significato, cosicché la parola sostituisce l'oggetto, non solo perché lo rappresenta, ma perché lo è a tutti gli effetti. Questa reificazione, tipica di uno 'stile di pensiero' magico, è caratteristica di una passata fase evolutiva della nostra specie e persiste tuttora nelle religioni, nella superstizione e nel pensiero infantile. La scuola prima, poi la vita adulta si incaricheranno di sostituire questo no 'stile di pensiero' con la razionalità che ci è abituale, nonostante i residui magici di cui si è detto.

Non vogliamo qui sostenere la superiorità di uno stile sull'altro, ma solo promuovere la consapevolezza del nostro pensiero. Essenziale a tal fine è il riconoscimento dell'arbitrarietà dei codici, cioè del fatto che sono un prodotto del consenso culturale e non un dato di natura o un dono divino.

La scuola per lo più non fa che trasmettere i codici senza indurre una riflessione su di essi. La metodologia formativa metaculturale insiste sull'esperienza della costruzione dei codici e della loro relativizzazione agli UCL che li producono. Riteniamo che tale metodologia sia un contributo alla sopravvivenza nostra e della biosfera.



analisi
comprensione   
concetto       
consapevolezza 
consenso       
cultura
esperienza     
espressione    
formazione     
metodologia    
percezione     
razionalità    
reificazione   
relativizzazione       
riflessione    
significato    
sopravvivenza  
stile di pensiero      
superiorità    
trasmissione
   

Centro

Centro In geometria il significato di 'centro' è univoco e chiaro per tutti, anche se non tutti gli oggetti geometrici hanno un centro (per esempio, la retta) o altri sono il centro di sé stessi (per esempio il punto).

Nella trasposizione metaforica, è già molto se ci si capisce (il centro di Berlino, per esempio, è la Gedächtniskirche o l'Alexanderplatz?); se ci si rivolge alla cosmologia, conviene precisare il quando, il dove e il come. Per molti popoli dell'antichità il centro dispensatore di forza e vita è il sole, per altri la terra; questa era considerata anche il centro geometrico dell'Universo (la Bibbia non ha dubbi in proposito). Con Copernico centro geometrico dell'Universo è di nuovo il sole, spogliato però della sua divinità; più tardi il primato passerà alla nostra galassia, oggi centro spazio-temporale dell'Universo può essere considerato il Big Bang, sempreché non gli se ne aggiungano degli altri.

Anche la politica fra un grande uso della parola 'centro'. "Che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa". Molti partiti ne rivendicano il monopolio, altri aspirano alla sua conquista. Nel general spostamento politico in senso orario o anche il centro naviga verso destra (trascinando con sé la sinistra –non più– radicale), o resta dove sta spostandosi relativisticamente a sinistra. È difficile dire che cosa stia accadendo. Per alcuni gli attuali partiti di destra appartengono a un'area ideologica di centro, per altri questo vale anche per quelli di estrema sinistra, cosicché un 'vero' centro politico non potrebbe che trovarsi a sinistra di questi ultimi.

Bisogno

Si suole distinguere tra bisogni primari (mangiare, bere, dormire, abitare, procreare) e bisogni indotti (la maggioranza). Nel mondo animale i bisogni primari non sono veri e propri ‘bisogni’ giacché vengono soddisfatti dalla normale attività vitale, lo diventano però in condizioni particolari, per esempio di carestia o siccità. I bisogni indotti sono caratteristici della specie umana e di poche altre che con lei convivono. Ma che cosa li induce?

La risposta è semplice: la cultura. Ma perché lo fa?

La domanda equivale a chiedersi perché abbiamo abbandonato lo stato ferino per quello culturale. Molti animali hanno coniugato in due formando società più o meno estese, che forniscono una protezione assai più efficace che non la vita del singolo. Ritroviamo tra essi manifestazioni che possiamo senz’altro definire ‘culturali’, ma l’uomo ha sviluppato questa tendenza oltre ogni limite proprio grazie al meccanismo dei ‘bisogni indotti’. Ogni livello culturale raggiunto genera nuovi bisogni, per soddisfare i quali la cultura (usiamo il termine nella sua accezione più generale) è costretta a costruirsi un livello successivo. Il processo si è svolto per millenni con una velocità –diremmo oggi– ‘ecocompatibile’. Negli ultimi secoli questa è aumentata esponenzialmente fino all’esplosione degli ultimi decenni, quando i ‘bisogni indotti’ non fanno a tempo ad essere soddisfatti che già se ne affacciano di nuovi, sempre più ‘vitali’. È una tipica accelerazione prodotta da feedback positivo, una specie di ‘autoalimentazione’ estremamente pericolosa se non troviamo un modo di arrestarla. Lo troveremo?

 

Bisogno

Si suole distinguere tra bisogni primari (mangiare, bere, dormire, abitare, procreare) e bisogni indotti (la maggioranza). Nel mondo animale i bisogni primari non sono veri e propri bisogni giacché vengono soddisfatti della normale attività vitale, lo diventano però in condizioni particolari, per esempio di carestia o siccità. I bisogni indotti sono caratteristici della specie umana e di poche atre che con lei convivono. Ma che cosa gli induce?

La risposta è semplice: la cultura. Ma perché lo fa?

La domanda equivale a chiedersi perché abbiamo abbandonato lo stato ferino per quello culturale. Molti animali hanno coniugato i due formando società più o meno estese, che forniscono una protezione assai più efficace che non la vita del singolo. Ritroviamo tra essi manifestazioni che possiamo senz’altro definire ‘culturali’, ma l’uomo ha sviluppato questa tendenza oltre ogni limite proprio grazie al meccanismo dei bisogni indotti. Ogni livello culturale raggiunto genera nuovi bisogni, per soddisfare i quali la cultura (usiamo il termine nella sua accezione più generale) è costretta a costruirsi un livello successivo. Il processo si è svolto per millenni con una velocità –diremmo oggi– ‘ecocompatibile’. Negli ultimi secoli questa è aumentata esponenzialmente fino all’esplosione degli ultimi decenni, quando i bisogni indotti non fanno a tempo a essere soddisfatti che già se ne affacciano dei nuovi, sempre più ‘vitali’. È una tipica accelerazione prodotta da feed-back positivo, una specie di ‘autoalimentazione’ estremamente pericolosa se non troviamo il modo di arrestarla. Lo troveremo?

Armonia

Armonia  Se ne parla spesso nei più vari contesti e quasi sempre la si connota positivamente. Prescindiamo da alcuni ambiti specifici in cui la parola assume un significato tecnico: musica (armonia tonale, modale, consonante, dissonante, …), fisica (funzione d'onda, serie di Fourier, rapporto armonico, …). Per trasferibilità metaforica l'usiamo anche per designare situazioni in cui la diversità degli elementi 'si compone' in unità di livello superiore senza generare conflitti: armonia famigliare, sociale, tra anima e corpo. In genere la si invoca proprio quando la si sente in pericolo. Termini affini anche se non coincidenti: 'equilibrio', 'stabilità' (pur nella diversità), 'coesistenza pacifica'.

Anche se la connotazione, come si è detto, il più delle volte è positiva, la forte investitura ideologica consiglia un uso metaculturalmente riflesso del termine. Molte religioni e filosofie parlano di 'armonia' (del mondo, del cosmo, del creato) trascurando il 'costo' che tale armonia impone ai viventi (disastri naturali, guerre, pestilenze …). Inoltre, questa harmonia mundi non sembra neppure in grado di preservarci dall'estinzione. Viene il sospetto che, in certi casi almeno, il concetto di 'armonia' serva di copertura ideologica all'esercizio materiale del potere… Una certa affinità con il concetto di 'omeostasi' (da cui è facile passare a quello di 'stasi' tout-court) sembra contraddire una visione più dinamica delle cose, più aperta all'imprevisto, più capace di inglobare il disordine nel proprio processo evolutivo. Da alcuni decenni è invalso l'uso del termine 'omeoresi' a designare, non più una stasi, ma un cammino evolutivo precedente, appunto, armonicamente. Quando i cammini che si osservano 'in natura' ben raramente si avvicinano all'omeoresi e le preferiscono di gran lunga le discontinuità, addirittura le catastrofi locali (per tacere del pericolo di una catastrofe globale).

Il punto sembra quindi essere non il raggiungimento di una 'armonia universale', ma piuttosto come fare fronte alle catastrofi locali, così scongiurando altra, anche a costo di ridimensionare l'uso ideologico del termine in questione.

Parimenti converrà forse ridimensionarlo in senso psicologico, rinunciando al conseguimento di quell'armonia interiore troppo spesso frutto di isolamento solipsistico, disinteresse per ciò che accade al mondo, perfino nella caverna accanto alla nostra. Se l'armonia interiore richiede la chiusura dei canali comunicazionali, in altre parole la 'morte sociale', pensiamo sia meglio tollerare un certo quantitativo di disarmonia, probabilmente essenziale alla vita quanto l'assai più decantato contrario.

Omeostasi
 s.f.inv.
1 TS biol., capacità di una cellula, di un organismo o di un insieme di organismi di mantenere in stato di equilibrio le proprie caratteristiche al variare delle condizioni esterne
2 TS tecn., inform., la capacità di determinati sistemi elettromeccanici di autoregolarsi mantenendo la condizione di equilibrio prefissata

 Stasi
s.f.inv.
1 TS med., rallentamento o ristagno della circolazione di un liquido organico o di un prodotto di secrezione o escrezione: s. sanguigna, linfatica, urinaria
2 CO fig., rallentamento o momentanea interruzione di un'attività: un periodo di s.; s. economica, politica; s. della vita culturale

Omeoresi, che deriva dal termine greco per "flusso similare", è un concetto che comprende i sistemi dinamici che ritornano a una traiettoria, in opposizione all'omeostasi, che si riferisce ai sistemi che ritornano a uno stato specifico.

In sé, la parola è un termine specialistico in biologia, poco utilizzato, che descrive la tendenza esibita dagli organismi in sviluppo o cambiamento di proseguire detto sviluppo o cambiamento verso uno stato fisiologico dato, persino quando viene disturbato.  Questo adattamento indirizzato al mantenimento della traiettoria è reso possibile dalla regolazione (anche attraverso una serie di oscillazioni continue) dei tassi metabolici. Il termine venne coniato originariamente da C.H. Waddington, verso 1940 o prima, insieme al termine collegato chreod, che significa "cammino necessario", che è la traiettoria verso la quale il sistema tende a ritornare.

Il concetto è importante in ecologia come elemento della teoria Gaia, dove il sistema sotto considerazione è il bilancio ecologico delle diverse forme di vita sul pianeta.

Adattato da "http://en.wikipedia.org/wiki/Homeorhesis"

Amico

"Giulio è mio amico”: la solita attribuzione di qualità, operata, quasi a nostra insaputa, dal verbo ‘essere’. Ma Giulio non è amico di Edoardo (che neppure conosce); la qualifica di 'amico' non riguarda quindi una proprietà di Giulio –che insieme la possiede e non la possiede– ma una proprietà ‘mia’: quella di chiamarlo 'amico'. Sembra un insulso gioco di parole, eppure quante incomprensioni, delusioni possono nascerne. Se infatti Giulio non si comporta come pensiamo si debba comportare un amico, ecco che subentra il rancore, quasi che la responsabilità di un'amicizia tradita fosse sua e solo sua. Potrebbe invece darsi il caso o che lui non si riconoscesse nella mia affermazione o che le nostre idee di ‘amicizia’ non fossero le stesse. In ogni caso la frase “Giulio è mio amico” non riguarda lui e forse neppure me; qualifica una relazione, ma da un punto di vista unilaterale.

Aggressione

Con una stessa parola designiamo comportamenti alquanto diversi. Un leopardo 'aggredisce' un’antilope per nutrirsi. Un essere umano ne aggredisce un altro, ma raramente per mangiarlo. Semmai per derubarlo. Il che peraltro in certi casi equivale all'azione del leopardo, in quanto gli permette di sopravvivere. Ci sarebbe da domandarsi chi o che cosa gli impedisce la sopravvivenza; e si scoprirebbe che sono altri uomini. E la sua aggressione sembrerebbe allora più giustificata di quella del leopardo, cui l’antilope non impedisce nulla, semmai gli si offre come preda.

Comunque non diremmo che un uomo 'aggredisce' un piatto di insalata o una capra l'erba di un prato. Tutt'al più si tratterebbe di un'espressione metaforica per significare la voracità del comportamento nutrizionale. Se quindi compariamo la parola con l'azione che essa designa, vediamo che la parola è una, cui corrispondono però azioni diverse e diversamente interpretabili. È un fatto di tutta normalità, ma non sempre riconosciuto. Usiamo le parole essenzialmente per capirci ma non di rado sono le parole stesse che fanno sì che non ci capiamo. Quando vediamo dei banditi aggredire una banca, percepiamo la violenza dell'azione, ma non ne comprendiamo il senso: è necessità di sopravvivenza, è voracità di chi, avendo, vuole di più, è sete di giustizia sociale, è fanatismo politico? L'aggressione resta sempre aggressione come parola, ma il fatto significato può essere di volta in volta un altro. Anche la legge non si ferma alla parola e cerca di andare oltre. IMC può darle una mano, come può dare una mano ogni volta che le parole ci impediscono di capirci.

Accordo

Nel testo-base su IMC (1999) leggo: 


"Accordo significa la costruzione o 'composizione' di un UCL comune, la cui estensione sia finita ma tale da garantire il mantenimento delle diversità e nel contempo favorirne la reciproca modulazione" (v. Piccolo dizionario pag. 360).


Come si arriva a un accordo, specie se le posizioni di partenza sono distanti tra loro?


La via suggerita da IMC è la catabasi metaculturale perseguita fino all'arresto (v. Piccolo dizionario pag. 357) determinato dal progetto che l'ha innescata. In altre parole di due posizioni vengono  analizzate metaculturalmente (cioè nei loro presupposti culturali), quindi vengono analizzati, sempre metaculturalmente, questi presupposti finché non viene raggiunto un livello comune alle due posizioni. Il numero di livelli da attraversare può essere assai grande; bisogna infatti mettere in conto le resistenze culturali che s'incontrano pressoché a ogni livello. È chiaro che perché l'arresto sia raggiunto occorre:

  • che la volontà di giungere a un accordo sia reciproca
  • che il progetto contenga un'indicazione di massima sulle condizioni compatibili con l'arresto.

Nel peggiore dei casi l'arresto avverrà al livello della  sopravvivenza (trascurando i livelli successivi che la metterebbero in gioco). Il livello dell'arresto sarà così la 'base' dell'accordo da cui risalire faticosamente per successive 'modulazioni culturali', livello per livello, fino a quello in cui verrà effettivamente siglato l'accordo. Così descritte, le cose appaiono abbastanza semplici. Pensate che lo siano anche nella pratica? Eppure su certe questioni l'accordo va raggiunto proprio in nome della sopravvivenza.


Abitudine

Possiamo dire che l'abitudine ha due risvolti:
  • risparmia energia in quanto automatizza comportamenti e procedure volte a finalità identiche o analoghe,
  • tende a sottrarre al controllo razionale e alla consapevolezza quei comportamenti e quelle procedure.
Da un lato quindi l'abitudine è da valutare positivamente per l'equilibrio energetico dell'individuo, che si trova ad avere a disposizione delle riserve di energia per altre attività; dall'altro la valutazione non può che essere negativa in quanto l'abitudine abbassa la soglia di reattività ai cambiamenti e rischia il fallimento quando questi si verificano. In altre parole l'abitudine ci viene incontro nella quotidianità ma addormenta la consapevolezza.
Un problema comportamentale non sempre di facile soluzione è la conservazione del risvolto positivo dell'abitudine fermo restando il controllo razionale e consapevole delle nostre azioni. Come esempio si pensi alla guida degli autoveicoli e ai vantaggi e pericoli connessi con l'automazione dei gesti.

Le abitudini riguardano anzitutto i comportamenti individuali. Esiste qualcosa di simile nei comportamenti collettivi?

Un'interpretazione certo riduttiva, ma forse non del tutto inappropriata indicherebbe nella cultura (in senso antropologico) il corrispettivo collettivo dell'abitudine. Lasciamo al lettore il compito di inseguire –se la cosa lo interessa– questo parallelismo fin dove gli sembra sia significativo, annotando i limiti oltre i quali insorgono evidenti divergenze.